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lunedì 14 gennaio 2019

Intervista con l'autore: Mario Cantoresi


a cura di Francesca Giovannetti

Il mio ultimo articolo aveva come  protagonista il libro di Mario Cantoresi, "Il tenente dimenticato".
Non posso nascondere quanto questa storia mi abbia affascinato e incuriosito, quindi non mi sono fermata. Ho contattato  l’autore, gentilissimo, che con grande disponibilità ha accettato di rispondere ad alcune domande. Ma procediamo per ordine. Chi è Mario Cantoresi?

Laureato in Economia e Commercio presso l’Università la Sapienza di Roma, con specializzazione in Econometria, ama moltissimo la Russia e tutta la cultura Mitteleuropea, in particolare quella ungherese.
Per questo motivo è uno dei maggiori conoscitori della Storia del popolo Magiaro
Parla Inglese e Russo, vive in Abruzzo ma si considera un cittadino del mondo perché ogni occasione è buona per scappare via…

E adesso ascoltiamo dalle sue parole la nascita e l’evoluzione di questo romanzo

Può raccontare la prima visita al cimitero ungherese? qual è stata la prima reazione davanti alla tomba del tenente Cavasinni?

Visitai per la prima volta Budapest nel 2005,  come ho scritto  nel romanzo.
Frequentavo una ragazza ungherese di nome Dersi Edìna che era allieva di mia sorella maggiore, Professore associato alla Facoltà di Medicina al Policlinico Umberto I di Roma.
Restai 12 giorni a Budapest, prima di ripartire Edìna mi chiese se volessi accompagnarla al Cimitero Monumentale del Rackoskeretzur (croce di legno del Signore) dove erano sepolti suo padre e la nonna a cui era molto legata.
La nonna di Edìna era nata nel 1900, era cresciuta in Italia, precisamente a Roma, perché il papà era funzionario dell'Ambasciata Austroungarica a Roma. La signora morì nel 1988 portandosi nella tomba un grandissimo amore mancato con... un ufficiale italiano.
Quando ho visto la tomba con quel cognome che si trova solo nella Marsica è difficile descrivere cosa è accaduto.
E' stato come se il Tenente parlasse direttamente a me e mi chiedesse di fare delle cose.
Sapete  cosa sono le Costellazioni familiari?
Quando una persona muore lascia delle cose in sospeso, e queste cose si trasformano in energia e vagano anche per secoli in attesa di qualcuno che le porti a compimento, ovvero in attesa di un Costellatore.
In pratica Filippo mi ha chiesto di chiudere il cerchio della sua vita, di ricongiungere i tratti d'unione con il suo passato che erano andati perduti.


Quali sono stati i primi passi per la ricerca dell'identità del tenente? Da dove ha cominciato? Da quali archivi?

Al mio ritorno in Italia per almeno una decina di giorni non facevo altro che pensare a quella tomba. Quindi ho deciso di andare all'ufficio anagrafe dove il Responsabile mi ha stampato un certificato di nascita del 28 dicembre 1888 e un certificato di morte presunta del 1927. Con quei documenti sono andato al Ministero Della Difesa, settore ONORCADUTI, ovvero l'Ufficio che si occupa delle ricerche dei militari italiani dispersi durante le guerre patrie e ho trovato lo stesso atto di morte ma nulla di più.
A quel punto è stato necessario tornare in Ungheria e consultare antichi verbali del Ministero (scritti a mano in ungherese) con l'indispensabile aiuto di Edìna.
Abbiamo ritrovato tutto e quadrato il cerchio: la persona sepolta nella "particella degli italiani" a Budapest era un mio compaesano vissuto cento anni prima di me. L'infermiera che si era innamorata di lui era la nonna di Edìna!!!

 Qual è stato l'ostacolo più difficile da superare?
Ostacoli? Praticamente montagne da scalare. La legge sulla privacy innanzi tutto, avrò firmato decine di dichiarazioni in cui attestavo che la mia ricerca era soli a fini di studio e non di lucro (non sono un cacciatore di eredità), i documenti antichi scritti a mano e spesso anche in latino (quelli italiani) e in  lingua ungherese, che è una delle più ermetiche al mondo.
Poi la ricerca degli eredi che si erano trasferiti da tempo a Roma, poi la ricerca della tomba di Zenaide (la vedova del Tenente).
Sapete come ci sono riuscito? Ho capito che dovevo ragionare come un uomo di cento anni fa, eliminare la tecnologia che all'epoca non esisteva e avere gli stessi sentimenti e le stesse possibilità che i protagonisti di cui parlavano avevano ai loro tempi

 Può descrivere il suo primo incontro con la famiglia del tenente dimenticato? quali sono state le reazioni, da entrambe le parti?
"Un pazzo!"
Lea e Costanzo, gli eredi diretti del Tenente, mi hanno considerato  tale.
Mi squadravano dall'alto in basso e non capivano cosa volessi da loro e come sapessi tutte quelle cose.
Quando ho mostrato loro la foto di Filippo che avevo riportato dall'Ungheria sono quasi svenuti.
Dal 1918 la loro famiglia aveva cercato invano di ritrovare Filippo.
Pensate che il padre del Tenente aveva tentato di fare anche delle sedute spiritiche per ritrovare quel suo figliolo.
Io, invece, volevo vedere casa sua, quando mi hanno portato nella sua abitazione è stato come entrare in una macchina del tempo.
C'erano anche i quaderni dove lui insegnava a scrivere al piccolo Gaetano, una copia della lettera di Zenaide (quella che ho riportato nel libro) e un'antichissima foto del Lago del Fucino prima del prosciugamento!
Per poco non collassavo dalla gioia.

Prima di salutarci, può descrivere più nel dettaglio il suo progetto teatrale "Novecento"?

Dall'esperienza del Tenente nasce NOVECENTO.
Il XX secolo è stato quello più determinante nella storia dell'umanità.
Oggi però in pochi conoscono i fatti drammatici e anche meravigliosi che hanno caratterizzato il Novecento.
Questo accade perché il vorticoso progresso tecnologico che stiamo vivendo, di fatto ha demolito la capacità di stupirci e di emozionarci ancora per il passato.
La conseguenza immediata è sfociata in un pericoloso vuoto di conoscenza soprattutto fra i ragazzi della cosiddetta Millenial generation.
In pratica mi sono accorto che consumiamo più vita di quella che riusciamo a ricordare.
Ho pensato allora che fosse giusto raccontarla ma in modo ancor più diretto, ovvero facendo rivivere le persone e facendo raccontare tutto direttamente da chi la storia l'ha vissuta e (quasi sempre) l'ha subita sulla propria pelle.
... non ci crederete ma quando ho visto gli attori vestire i panni dei miei personaggi ho pianto di commozione.

Non fatico a credere alla commozione perché è stata proprio la stessa che mi ha attanagliato quando ho terminato il romanzo.
Rinnovo l’invito alla lettura e aggiungo quello di visitare la pagina facebook di Novecento


dove troverete decine di storie dimenticate e straordinarie.
Grazie a Mario Cantoresi per la sua disponibilità e per il materiale che mi ha gentilmente fornito, ma grazie soprattutto per questo libro!

Mario Cantoresi, Il tenenete dimenticato, Oakmond Publishing



lunedì 7 gennaio 2019

"Il Tenente Dimenticato" di Mario Cantoresi

a cura di Francesca Giovannetti


Una storia vera, toccante, che sfiora l’incredibile.
L’autore, Mario Cantoresi, si imbatte per caso a Budapest nella tomba di un soldato militare caduto durante la prima guerra mondiale. La lapide ha un nome e un cognome, l’uomo non è stato sepolto nell’anonimato, come spesso accadeva quando la guerra  trucidava lontano da casa. Da qui, davanti a questa lapide, Mario Cantoresi inizia la sua ricerca, attratto dal desiderio di sapere chi fosse quell’uomo. E lo ritrova, tra polverosi archivi e memorie quasi appannate, incontra i discendenti e  dona al tenente una nuova vita, regalando a tutti noi lettori la storia di un uomo che potrebbe racchiudere quella di tanti giovani uomini partiti per il fronte e mai più tornati.

Io stessa ho fra i racconti di mia nonna, quando era bambina, quello di un suo fratello disperso in Russia  durante la seconda guerra mondiale “non si è più saputo niente, non è tornato”.  Cosa darei per avere un mio personale Mario Cantoresi! La memoria è importante, i ricordi sono una parte della vita; esserne privati è un furto all’anima.
La famiglia del tenente Cavasinni, morto   durante la Prima Guerra Mondiale, ha riavuto indietro un pezzo di storia dal valore inestimabile.

Attraverso questo romanzo breve si ricostruisce la breve vita del tenente dimenticato, ma anche un pezzo della vita d’Italia. Un libro scritto con il cuore in mano e con una semplicità che abbatte tutte le difese.  La storia di Filippo Cavasinni è soltanto una fra le tante, troppe, che si sono perse fra gli orrori della guerra.
Giovani, soldati inesperti, chiamati alle armi per difendere una patria nella quale un piemontese non capiva un Siciliano, ma comunque tutti insieme, tutti al fronte, tutti con la segreta speranza di tornare ma con la consapevolezza di quanto fosse difficile. Tutti fratelli nel dolore e nell’insensatezza del sangue. Mario Cantoresi va oltre la guerra e la politica, punta dritto all’uomo al di là della divisa. Non ci sono vincitori e perdenti ma solo chi muore e chi sopravvive. C’è l’unica lingua della sofferenza umana che non si decide in base alla nazionalità. C’è l’unica via della compassione e 
dell’amore che va oltre il parlato.
Questo libro racconta un capolavoro di umanità mentre dipinge l’Italia del primo Novecento, che si affaccia a un timido progresso mentre la natura e gli uomini la buttano nell’abisso: la natura con il violento terremoto che scosse l’Abruzzo lasciando sotto le macerie trentamila morti, gli uomini con la guerra  e la chiamata alle armi.

In tutto questo eccolo, il tenente Filippo Cavasinni, giovane avvocato di Celano, insieme alla moglie Zenaide, ragazza romana di buona famiglia, che lascia la capitale per amore e mai verrà meno al suo sentimento sincero e profondo. 

Ma un’altra donna accompagna il tenente negli ultimi giorni di vita, una giovane infermiera ungherese, che gli donerà sorrisi e speranza e lo strapperà alla solitudine, tenendogli la mano, fino alla fine, senza chiedere niente. Proprio lei fece in modo che il tenente fosse sepolto con il suo nome e proprio quell’unico gesto di amore e compassione ha dato la possibilità alla sua storia di  arrivare fino a noi. E poi ecco l’autore, che si imbatte in questa lapide e chiude un cerchio aperto cento anni fa.  
Un romanzo incredibilmente coraggioso e partito dal cuore, una storia da leggere per conoscere e capire chi eravamo. Uno spaccato della storia d’Italia che non deve essere liquidato con “La Guerra del ’15-’18” . Quella guerra fu combattuta dai nostri avi, che provenivano da ogni angolo del  Paese. Una parte di noi è stata in quelle trincee, è partita senza aver mai visto un fucile e ha attraversato l’inferno. Mario Cantoresi ce lo ha ricordato, sta a noi non dimenticarlo mai.  

Vi lascio con un link del TG2 Dossier, dedicato al Tenente Dimenticato
https://youtu.be/qfSJdbGviJQ


Titolo : Il tenente dimenticato
autore : Mario Cantoresi
Casa Editrice : Oakmond Publishing


domenica 23 dicembre 2018

Quanto costa il digitale?

di Francesca Giovannetti


Costo dei libri, costo degli ebook.
Quello di cui vorrei parlare è il costo dell’ebook, paragonato a quello del libro cartaceo.
Alcuni prezzi in digitale, ammettiamolo, si avvicinano un po’ troppo a quelli di copertina.
Come si spiega?
La risposta delle case editrici è semplice:  la spesa sostenuta per i servizi di editing, di correzione di bozze, di impaginazione e grafica, viene suddivisa equamente sul prodotto, indipendentemente dal mezzo attraverso il quale se ne usufruisce. In parole povere: vi diamo qualitativamente lo stesso libro e come tale va pagato.
E qui , effettivamente, devo capitolare.

Ma c’è una voce che non figura nel mondo digitale, cioè il famigerato distributore, che incide fra il 60 e il 70% del prezzo di copertina, le spese di magazzino e i resi. E non mi pare poco. Anche il digitale paga la piattaforma che distribuisce, ma con una percentuale inferiore, che si aggira intorno al 30%.
Dunque, a conti fatti, un libro in formato digitale ha una variazione di prezzo del 30-35% circa rispetto alla copia cartacea. Da qui la mia affermazione di apertura : il prezzo dell’ebook si avvicina parecchio al libro classico.

Ma ai lettori compulsivi in digitale, di cui faccio parte, la faccenda non va proprio a genio.

Partiamo da una premessa, che certo non vale per tutti, ma per molti. Difficilmente un lettore seriale nasce in digitale. Siamo passati tutti dalla carta che, ammettiamolo, rimane il nostro primo amore; ma chi per problemi di spazio, chi per comodità, chi per necessità, abbiamo scelto di acquistare gli ebook. I più nostalgici ( e aggiungo facoltosi), quando amano un libro alla follia non resistono a comprare l’edizione cartacea dello stesso, solo per la gioia di vederla sullo scaffale e tenerla fra le mani. Lo farei anche io , se avessi in casa spazio a sufficienza.

La percezione che l’acquirente ha del prodotto è assolutamente diversa. Su questo io mi focalizzo. Io, che acquisto in digitale, percepisco di avere MENO rispetto a chi ha il libro cartaceo, e quel meno non sta in un 30%. Per questo, quando vedo prezzi che definisco assurdi, io non compro.

Alcuni esempi : prezzi controllati, dal mio kindle, in data 23 dicembre 2018
Donato Carrisi : Il ritorno del suggeritore 12,99
Fred Vargas  : Il morso della reclusa 9.99 
Ken Follett : La colonna di Fuoco 16.99

Il prezzo degli ebook è a mio avviso esagerato.  
Il motivo l’ho già detto: è la stessa cosa ma non è la stessa cosa.

Se è vero che commercialmente il valore di carta e stampa è rovinosamente crollato, quindi la spesa “fisica” del libro ha un’incidenza minima, la percezione del valore del libro rispetto allo schermo rimane più alta. Per quanto mi riguarda le case editrici potranno giustificare questi prezzi fino a che hanno fiato in gola: tecnicamente hanno ragione ma  in pratica trascurano un aspetto  di percezione del prodotto da parte del lettore.
Come ho risolto nel mio piccolo?
Mi sono posta un tetto di spesa oltre il quale evito costantemente di andare.
Mi sono iscritta a numerose newsletter di case editrici che avvertono delle offerte digitali, quindi aspetto, pazientemente.




"Il Valore delle Piccole Cose" di Marco Vozzolo

a cura di Francesca Giovannetti


1943- 1944 Castelforte si trova sulla  linea Gustav, tracciata dai Tedeschi per frenare l’avanzata degli Alleati. Giorni e battaglie sanguinosi che lacerano gli animi dei sopravvissuti e radono al suolo il paese. Non c’è pace neanche dopo lo sfondamento, quando il corpo d’armata marocchino, al seguito dell’esercito francese, stupra decine di donne sopravvissute. Antonio e Maccio , bambini, si salvano, ma le loro vite saranno segnate per sempre da quegli orribili mesi di morte, fame e terrore. L’unica luce di speranza è il soldato Hans, un tedesco che prova orrore per i crimini dei suoi connazionali
Ai giorni nostri Lorenzo, figlio di Maccio, in un solo giorno perde il lavoro e  il padre… e scopre il tradimento della moglie. Torna a Castelforte per l’ultimo saluto al genitore e lì conosce Antonio, attraverso il quale desidera recuperare il ricordo di Maccio mentre egli stesso zoppica tentando di rimettere insieme i pezzi della sua vita.




Un romanzo intenso e commovente, scritto con abilità ed equilibrio.


La realtà del piccolo paese di Castelforte, primo protagonista del romanzo, è descritta in maniera impeccabile. Le strade, i vicoli, le case, persino le pietre prendono forma sotto gli occhi del lettore. Sembra quasi di essere lì e sentire l’odore del mare e i profumi della cucina.  Poi gli abitanti, figure di paesani reali con pennellate ironiche che vanno dal soprannome all’aspetto fisico.

Lorenzo e Antonio , due uomini di due epoche diverse. Lorenzo, incasinato e imperfetto, Antonio, segnato dalle sofferenze della guerra eppure solido come una roccia. Il giovane si perde nei ricordi dell’anziano dapprima incredulo poi completamente vinto dall’intensità delle vicende dell’altro.
Su tutti veglia Hans, giovane soldato tedesco, innamorato della sua famiglia: il suo unico desiderio è quello di tornare dalla moglie e dalle figlie. E in quei bambini, magri e spauriti, Hans vede le sue, di bambine  e niente altro conta più.
Un viaggio alla riscoperta appunto “del valore delle piccole cose”, un sacchetto di sale, una fotografia sbiadita, la vista di un tramonto, il profumo delle erbe aromatiche.

Una storia dentro una storia, incastonate l’una nell’altra con sapiente equilibrio.
Un libro che si fa leggere tutto di un fiato ma soprattutto un libro che lascia tanto su cui riflettere.

Castelforte è stato raso al suolo, come la vita di Lorenzo. Entrambi devono rinascere, con dolore e speranza.
Con la sua penna ,Marco Vozzolo attanaglia il cuore.
Leggetelo.


Autore :  Marco Vozzolo
Titolo : Il valore delle piccole cose
Casa Editrice : Leone Editore

giovedì 13 dicembre 2018

Più libri più liberi 2018, Roma

di Francesca Giovannetti


Quest’anno mi sono veramente goduta la fiera, passeggiando per ore fra i libri, in ottima compagnia. Un pomeriggio quasi catartico, senza fretta, guardando e riguardando gli stessi stand per ore e trovandovi sempre un particolare interessante in più. Ho avuto il privilegio di conoscere gli autori Monica Maratta e  Marco Vozzolo, e a quest’ultimo ho strappato una dedica sul regalo di Natale per mia mamma, ho parlato con Pierluigi Porazzi, a mio modesto parere una delle penne italiani più interessanti in circolazione al momento, ho salutato amiche e blogger, Ilaria Grossi e Alessandra Micheli, ho incontrato il direttore editoriale di Arpeggio Libero, Fabio Dessole, ma soprattutto ho trascorso qualche ora in compagnia non virtuale della mia amica e autrice Sonia Morganti. Mancava all’appello un’altra scrittrice, Giorgia Staiano, ma allo stand della Astro Edizioni ho potuto acquistare il suo libro.

Sembra tutto molto bello, ma ho anche  qualche cupa riflessione.

Erano anni che non ero circondata dai libri: sembra assurdo , ma è vero.
La libreria più vicina a me dista 5 chilometri; ogni tanto sbircio la vetrina al volo , ma non sono mai tentata di entrare, semplicemente perché in esposizione ci sono gli stessi libri che trovo sulla corsia dedicata negli ipermercati, e la cosa è di una tristezza assoluta. Infatti non mi incuriosisce nessun libro, perché sono talmente pubblicizzati da non spingermi a entrare e chiedere un parere al libraio. Non mi fraintendete: anche il mio kindle trabocca di opere di Dan Brown, Glenn Cooper, Donato Carrisi e altri nomi molto noti al grande pubblico, ma la fiera dà qualcosa in più.

Ogni titolo è una scoperta, ogni copertina è una novità, ogni tipologia di vendita originale viene notata. Alcuni esempi: allo stand di Arpeggio Libero ho acquistato il digitale: nella mia beata ignoranza non lo credevo possibile. Allo stand della Astro Edizioni ho visto un enorme cesta con “il libro nascosto”: a un prezzo irrisorio, 5 euro, potevi pescare un libro. Qualcuno potrebbe dire che non è una innovazione, anche io mi ricordo l’iniziativa “libri al buio” della Feltrinelli, ma ricordo anche che costavano il doppio.

Salendo al piano superiore dell’edificio che ospitava la Fiera ho trovato la piccola editoria suddivisa per regione; dunque un solo stand ospitava più marchi editoriali. Purtroppo non ho fotografato ciò che ho visto ma posso scriverlo. “Acquista un libro e ne salverai un altro dal macero, te lo regaliamo”
È come se avessi battuto contro un muro. Mi sono trovata davanti un aspetto della realtà editoriale molto triste: il macero
Ma così funziona. 
Ho pensato a tutti quegli autori che hanno speso tempo ed energie per vedere pubblicato il proprio lavoro, e poi vederlo ridotto a brandelli. Qualcuno potrebbe obbiettare che insomma, se un libro non vale, è proprio lì che dovrebbe finire. Sono d’accordo solo in piccola parte.

Prima di tutto si parte dal presupposto che il libro non valga, ma è più preciso dire : il libro non vende.

L’ho ripetuto fino allo sfinimento.
                                  Non sempre un libro che vale è un libro che vende

E perché non vende, se vale? Potrebbe essere la domanda che segue.
Risposta: perché non è pubblicizzato a dovere. Le piccole case editrici hanno minimi margini di manovra e la promozione è quasi tutta sulle spalle dell’autore, che non sempre può permettersi di investire cifre da capogiro. E così, alcune vere e proprie perle, rimangono nascoste. 
La fiera del libro è l’occasione per scoprirle, ma ovviamente non è possibile acquistare tutto ciò che ci ispira e talvolta rimane lì, sul tavolo dello stand, mentre tu ti chiedi “Dove lo potrò acquistare in futuro?” “La libreria riuscirà a farmelo arrivare?”. Il consiglio è : segnatevi tutti i nomi e chiedete al vostro libraio di fiducia.

In conclusione, per me, le ore trascorse a visitare Più Libri Più Liberi sono state meravigliose, ma hanno anche lasciato qualche traccia amara.
Il mio invito è quello di  sperimentare, sempre, un autore esordiente o emergente: potreste trovare affinità inaspettate con penne di cui non conoscevate neanche l’esistenza.

Di seguito, gli autori e le amiche che ho citato
Monica Maratta, ultima uscita: La leggenda di ninfa. Lucrezia Borgia incanto e disperazione, scritto a quattro mani con Dario Pozzi (casa editrice La strada per Babilonia)
Marco Vozzolo,  ultima uscita : Il valore delle piccole cose (Leone editore)
Pierluigi Porazzi, ultima uscita : La ragazza che chiedeva vendetta (La Corte Editore)
Giorgia Staiano, ultima uscita: Il male degli Avi (Astro Edizioni)
Sonia Morganti,  ultima uscita : Patres(Leone Editore)
Alessandra Micheli : blog Les Fleurs du Mal ( lesfleursdumal2016.wordpress.com )
Ilaria Grossi : blog Les Fleurs du Mal & Reviews Rose ( reviewsrose.wordpress.com )

venerdì 7 dicembre 2018

"Il serpente e la rosa" di Lisa Laffi

a cura di Francesca Giovannetti


Sono sempre piena di stupore quando finisco una lettura di così alto livello e il  motivo è semplice : ho letto un libro straordinario e mi meraviglio del fatto che l’autore (o l’autrice, in questo caso) sia ancora troppo nascosto al grande pubblico.

Lisa Laffi è stata una vera e propria rivelazione
Una penna invidiabile  per la fluidità e per proprietà di linguaggio. Un taglio di scrittura chiaro, lineare, pulito; un’attenzione ai dettagli dosata senza pesantezza, una scorrevolezza di stile che raramente si incontra. 
Uno stile che ritengo possa accostarsi a quello di ben più noti scrittori di romanzi storici
Il romanzo storico è uno dei generi che più amo, e che reputo i più difficili a cui dar vita. 
Necessita di grande preparazione e studio certosino, fino ad individuare quelle sfumature in cui l’autore può entrare, romanzare, regalarci la magia senza tradire la storia. Lisa Laffi è incredibilmente brava, perdonate la semplicità di questo aggettivo ma non c’è proprio niente di meglio che renda l’idea: dannatamente brava! Aggiungo!

Caterina Sforza e la figlia Bianca Riario sono le protagoniste indiscusse del romanzo. La Tigre della Romagna, così era chiamata Caterina, sfodera in questo libro tutte le sue unghie. Astuta, calcolatrice, arguta, intelligente. Una madre difficile da accettare e dalla cui ombra è quasi impossibile uscire. Qui è proprio la figlia Bianca a parlare. Mentre descrive ciò che avviene in un’Italia perennemente in guerra, deve nello stesso tempo condurre la sua guerra personale con una madre fuori dall’ordinario. Una donna spietata, Caterina Sforza, crudele, ma quasi giustificata per la sua condotta in un mondo dove solo gli uomini contano. Ma Caterina è diversa e vorrebbe crescere Bianca a sua immagine. Prima bambina, poi giovane donna, Bianca eredità l’intelligenza della madre, arricchendola con l’amore per l’arte e un straordinaria dose di sensibilità.   

Sono molteplici gli ingredienti di questo libro
L’arte è una presenza costante e insostituibile attraverso tutte le pagine. L’arte di insegnare e di creare che si concentra nelle figure del maestro Leone Cobelli e nel genio di Leonardo da Vinci.

Guerre, tradimenti e  accordi politici sono “il pane quotidiano” di quel secolo che l’autrice crea di nuovo sotto i nostri occhi, per renderci partecipi e protagonisti della storia.

L’amore, in tutte le sue forme. Amore tra fratelli , amore per per i genitori, amore per i figli, amore tra amici, amore fra maestro e allievo, amore di interesse, amore passionale, amore per il potere.

Un romanzo che entra nelle pieghe della storia in punta di piedi, per poi aprire letteralmente il secolo al lettore. Con ineguagliabile sensibilità l’autrice entra nei personaggi , li rende veri donando loro l’essenza degli uomini e delle donne che la storia l’hanno fatta e non vissuta. Un libro straordinario carico di storia e di umanità, di freddo calcolo politico e di sentimento profondo. Una incredibile ricostruzione, attenta e precisa, ma nello stesso tempo emozionante ed empatica.

Non ci sono parole da aggiungere: questo libro è un gioiello: leggetelo!

Titolo : Il  serpente e la rosa
Autore : Lisa Laffi
Casa Editrice : I doni delle muse



giovedì 22 novembre 2018

Il perverso circuito editoriale


di  Francesca Giovannetti

Argomento già ampiamente trattato, ma voglio riproporlo nel mio piccolo spazio, perché mi ha dato una vaga idea della situazione editoriale e del motivo per cui in Italia il numero di libri che vengono stampati è fuori misura in rapporto al numero dei lettori.

A meno di non chiamarsi Dan Brown o RR Martin, diventare ricchi con la scrittura è un po’ difficilotto…nonostante le migliaia di libri che vengono messi sul mercato. Per quale motivo?

Dunque… come molti fra gli addetti ai lavori sanno, il prezzo di copertina non è certamente il compenso che arriva all’autore. Il 50% o 60% è la quota del distributore. Cosa fa il distributore? Come dice la parola, prende il libro e lo fa arrivare sugli scaffali delle librerie.
Esempio banale: prezzo di copertina 10 euro.
Il distributore acquista 1000 copie dall’editore: sono tante, ma preferisco cifra tonda vista la mia totale incapacità numerica.
Il distributore paga all’editore 10.000 euro! No! Aspettate! Il distributore si prende il 60% dunque la fattura sarà di 4000 euro. Nella sua immensa magnanimità il distributore, con merce del valore di 10.000 euro, pagata 4000, darà la possibilità al libraio di acquistare i libri a un prezzo inferiore a quello di copertina, perché capiamoci, pure il libraio deve campare, in qualche modo. 
L’editore è comunque felice, perché riesce a saldare il tipografo, le spese di editing, il grafico. È quasi al verde. 

Vi avevo detto in anticipo che con la scrittura non si diventa ricchi.  Adesso vi dico: 1000 copie date al distributore non corrispondono  a 1000 copie vendute, perché dopo uno o due mesi, tempo di vita di un libro sullo scaffale, arriva la bestia nera dell’editore, che ha un nome piccolo ma atroce: il reso!
                                                                     Incubo 
I librai non hanno venduto tutte le copie, che quindi vengono rese al distributore. La consuetudine parla di un 50% di merce invenduta: quindi? Quindi il distibutore pagherà all’editore ciò che è stato realmente acquistato dai lettori. L’assegno si dimezza: 2000 euro.

Ma si aggiungono altre spese. I libri rimasti invenduti devono essere ritirati dalle librerie e stoccati in un magazzino; la casa editrice può non avere i mezzi né il luogo dove tenerli ma non c’è problema! Ci pensa il distributore, ovviamente dietro compenso. L’assegno di 2000 euro si assottiglia ancora, mentre il conto in banca dell’editore sprofonda. Che fare? Semplice!  Pubblicare un altro libro per ricominciare il solito giro di giostra, sperando che la nuova uscita abbia migliore sorte. Nuovo anticipo dal distributore e altro tentativo.

Ah! Dimenticavo l’autore! Al quale vanno le royalties, cioè la percentuale sulle copie vendute, che di solito si aggira fra il 6 - 10% del prezzo di copertina e vengono accreditate dalla Casa Editrice due volte l’anno, se va bene.
Se avete seguito con attenzione l’unico che ne esce sempre in piedi  è il distributore. Guadagna sulle vendite o guadagna sui resi attraverso i servizio di trasporto e stoccaggio.

E fin qui non ho scritto niente che non sia già stato reso noto. Ora la domanda è: come se ne esce?

Azzardo un’umile risposta. Con la qualità

Mettere sul mercato pochi testi ma vincenti, che riducano drasticamente il reso. E la selezione va fatta a monte, da professionisti seri. Le case editrici potrebbero specializzarsi in generi ben precisi, aumentando le competenze nel campo e allenando l’occhio per individuare l’opera di valore.

                                      Pubblicare meno, pubblicare meglio.

Facile a dirsi, se non ci fosse il buco del conto in banca da riempire. Il dio denaro, sempre in agguato, tiranno di ogni cosa.

Altro suggerimento per le tasche, che ha anche una base ambientalista: limitare il numero delle copie. Perché stampare a priori 1000 copie se mediamente ne torna indietro il 50%? Perché singolarmente all’editore costa meno il tipografo. Esempio: se il tipografo stampa 1000 copie il prezzo della singola è 2,50 euro, se ne stampa 500 il prezzo sale a 3 o 4 euro a copia.  

Come aggirare l’ostacolo? Con il print on demand, secondo me. Niente sprechi, si stampa la copia ordinata, dunque già venduta. Il rovescio della medaglia c’è, e si chiama : tempo di attesa. Presi infatti dalla frenesia del “tutto e subito” , dieci giorni per un libro sembrano un’eternità. Ma io credo che potremmo sopravvivere, e insieme a noi anche qualche albero.

Ultimo, ma non ultimo per importanza : il digitale!

Attenzione! Pubblicare in digitale non significa risparmiare su spese di editing, di grafica o di impaginazione. Il libro DEVE essere curato sotto questo aspetto. È il rispetto che si deve al lettore. Ma si può risparmiare su spese di stampa, distribuzione ( ricordatevi il 60%) e stoccaggio. Non credo che il futuro sia digitale ma credo che il digitale sia una alternativa assolutamente valida e che ci accompagnerà per molto tempo.

Ma voglio chiudere con il protagonista bistrattato della catena:  lo scrittore

Non è lo scrittore che lavora per la casa editrice, ma l’esatto contrario : la casa editrice DEVE lavorare per lo scrittore. 

Garantirgli  qualità in fase di editing, correzione di bozze, lancio promozionale. Tecnicamente uno scrittore avrebbe diritto a un anticipo, che è mera utopia quando si prendono in considerazione piccole e medie case editrici. Sarebbe però auspicabile che almeno l’autore potesse avere i rimborsi per le spese di trasferta quando l’editore organizza presentazioni o firmacopie: insomma, pagategli almeno il biglietto del treno!

Ricordate bene che tutto questo industria esiste per la passione, la volontà, lo studio, la serietà, il talento di una sola persona: lo scrittore

                                           Pubblicare meno e pubblicare meglio 

...potrebbe essere la chiave per far emergere chi veramente lo merita.

Intervista con l'autore: Mario Cantoresi

a cura di Francesca Giovannetti Il mio ultimo articolo aveva come   protagonista il libro di Mario Cantoresi , " Il tenente dime...